Chi ha mai sentito parlare del cinema coreano? Anche se non vi siete mai addentrati nel tema, avrete probabilmente sentito nominare il film Parasite del registra coreano Bong Joon-ho, vincitore di quattro premi Oscar. E magari di qualche horror coreano, o forse di Kim Ki-duk, un regista visionario.

Il successo del cinema coreano
Il 2020 ha segnato un anno di svolta per i film prodotti in Corea del Sud. Già negli ultimi tempi questo genere stava acquistando sempre più popolarità, un fenomeno diffusosi non solo fra gli appassionati di cultura coreana, ma anche fra persone che sapevano poco di questo paese.
La musica k-pop e i k-drama con le loro intriganti storie d’amore sono stati i principali promotori di questo mondo cinematografico, il loro successo ha aiutato ad attirare milioni di telespettatori. E non ci si ferma qui. Il cinema ha saputo espandersi in modo creativo, arrivando anche a esplorare temi “difficili” da trattare per la stessa società coreana. Basti pensare al problema delle banjiha, gli appartamenti costruiti nei seminterrati dove migliaia di coreani sono costretti a vivere in condizioni pessime, un tema centrale nel film Parasite.
I film coreani non hanno solo lo scopo di intrattenere il pubblico, perché in molti casi ne hanno uno ancor più importante: quello di riportare l’attenzione sulle difficoltà quotidiane della gente comune, spesso nascoste o ignorate dal governo. È così che nelle pellicole si trovano trame legate alla disparità sociale, alla malavita o al sesso, quest’ultimo un tema ancor più delicato in un paese dove viene ancora considerato un tabù.
Sono stati tanti i registri che hanno deciso di intraprendere questa strada e fra questi ne citiamo uno che è riuscito fra successi è controversie ad affermarsi a livello internazionale: il regista Kim Ki-duk.
Chi è Kim Ki-duk?

Anche se purtroppo ha dovuto lasciarci nel 2020, proprio nell’anno in cui il potenziale del cinema coreano è stato riconosciuto durante la notte degli oscar, le sue opere saranno per sempre impresse nella storia del cinema coreano. Kim Ki-duk non era un semplice regista, ma un visionario che voleva esporre al pubblico i lati più oscuri della società, senza curarsi delle conseguenze e della crudeltà che sarebbe potuta scaturire da essa.
All’inizio lo spettatore si trova davanti a scene di vita quotidiana, in apparenza normali e naturali. Poco dopo però iniziano a susseguirsi una serie di eventi fra il limite del bizzarro e dell’estremo e l’atmosfera diventa fredda e misteriosa. I personaggi non parlano quasi mai e l’unico modo per seguire il filo della storia è porre grande attenzione alle immagini e ai gesti che in questi film assumono un significato ancora maggiore.
Con questo stile particolare il regista va a esplorare l’anima umana, ponendo in evidenza la lotta delle persone che cercano con tutti i mezzi di ribellarsi a una società spietata. I film di Kim Ki-duk sono molto particolari e non sono fatti per tutti. Ne è testimone la reazione degli stessi coreani, divisi fra sostenitori e scettici. Tuttavia le sue opere hanno avuto un grande successo all’estero, consacrandogli il titolo di uno dei maggiori registri coreani della storia.
La vita e l’avvio alla carriera cinematografica

Se si legge la storia della sua infanzia, Kim Ki-duk sembrava essere destinato alla classica vita di un coreano delle zone rurali. Infatti, figlio di una famiglia di agricoltori, venne avviato quasi subito al lavoro nei campi, che successivamente divenne lavoro da fabbrica, fino ad arrivare all’arruolamento in marina. Le difficili condizioni economiche della famiglia lo costrinsero a scelte difficili, ma nonostante questo riuscì a tirare avanti, arrivando persino a trascorrere un po’ di tempo a Parigi dove si dedicò alla pittura.
Tutto questo bagaglio di esperienze fu fondamentale per la sua carriera cinematografia. L’aver vissuto in prima persona le difficoltà legate al malfunzionamento della società coreana gli fornì subito materiale su cui costruire le trame e i personaggi. I suoi film ripercorrono varie vicende della sua stessa vita e narrano spesso la storia di una persona alla continua ricerca di sé stessa.
I protagonisti sono persone emarginate, rifiutate da tutto e da tutti, ma anche dotate di tenacia. Non si arrendono al loro destino e cercano sempre di trovare un senso a quello che stanno vivendo.
Kim Ki-duk è un maestro a rappresentare questa lotta personale. I luoghi e le vicende sembrano oniriche, tanto che lo spettatore fa fatica a distinguere la realtà dal sogno. Più ci si addentra nella storia e più si rischia di rimanere confusi, fino ad arrivare a mettersi nei panni degli stessi protagonisti.
Queste sono le ragioni che hanno portato Kim Ki-duk, un registra comparso dal nulla, a diventare una delle icone più importanti del cinema coreano. Anche se alcuni vogliono far coincidere la crescita della sua fama al fenomeno “hallyu”, ovvero alla diffusione della cultura coreana nel mondo iniziata negli anni Novanta, è indubbio che il suo talento e il suo stile sono stati determinanti per il suo successo.
Quali film vedere?

Tutti i film di Kim Ki-duk andrebbero visti almeno una volta nella vita, alcuni imperdibili includono “Ferro 3 – la casa vuota” o “Il prigioniero coreano”. Tuttavia se si è nuovi nel genere e si vuole partire da zero, ecco due dei film che hanno riscontrato più successo:
“La Samaritana”, film del 2004 vincitore dell’Orso d’Argento per il miglior regista al festival internazionale del cinema di Berlino. Narra la storia di due giovani ragazze coreane che si dedicano alla prostituzione per potersi pagare un viaggio in Europa. La vicenda viene presto scossa da un tragico evento che porterà i protagonisti ad affrontare una situazione difficile, fra il rischio di violenze e la paura di andare contro la legge. Una storia drammatica in perfetto stile Kim Ki-duk che mostra il problema della prostituzione, un argomento tabù nella società coreana.
”Primavera, estate, autunno, inverno… e ancora primavera” del 2003. Per chi è interessato a trame più filosofiche, questo è il film che potrebbe fare per voi. Qui si narrano le ultimi fasi della vita di un vecchio monaco che decide di ritirarsi a una vita solitaria in una grande foresta incontaminata. La sua vita viene analizzata con il passare delle quattro stagioni e allo stesso tempo viene contrapposta a quella del suo discepolo che però non è incline a seguire i suoi stessi ideali.
Fonti su Kim Ki-duk: il regista visionario
Sito wired.it, Perchè il cinema coreano è il migliore del mondo, di Negri Lorenza, 2020
Rivista “FQ magazine”, La fine assurda nebulosa e solitaria del registra Kim Ki-duk, di Turrini Davide, 2020
Cinematographe.it, Kim Ki-duk: l’artista che credeva nel cinema”, di Zoratti Filippo , 2020



[…] By Nicol Sanzeni Cinema 31 Agosto 2021 […]