La censura digitale in Cina

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Il tema della censura in Cina è sempre molto popolare internazionalmente. Difatti il paese si classifica 176esimo su 180 dall’associazione francese “Reporters Without Borders” nella loro classifica mondiale sull’indice di libertà mediatica pubblicata nel 2016.

La Cina, per quanto aperta economicamente ed industrialmente al mondo esterno è tenuta sotto stretta sorveglianza culturale e sociale. Il controllo si è fatto più rigido soprattutto a livello digitale con l’ascesa di Xi Jinping ai vertici dello stato.

IL “GREAT FIREWALL”

“Great Firewall” è un terme ironico coniato dalla rivista Wired nel ’97 che consiste in un gioco di parole con il termine “Great Wall” (= Grande Muraglia) e che sta ad indicare il “Golden Shield Project”. Il Golden Shield Project si riferisce a un progetto di censura e di sorveglianza che blocca dati potenzialmente sfavorevoli in entrata provenienti dai paesi stranieri. Esso è gestito dal Ministero di pubblica sicurezza della Repubblica Popolare Cinese.

Il progetto si avviò nel 1998 ed entrò in funzione definitivamente nel 2006. Il contesto politico e ideologico della censura di Internet è spiegato da uno dei detti preferiti di Deng Xiaoping:

“Se si aprono le finestre per fare entrare aria fresca, è necessario aspettarsi che alcune mosche entrino”

Questa citazione esprime in modo chiaro come il Partito, pur aprendosi al mercato e agli investimenti stranieri, abbia cercato di frenare la conseguente contaminazione culturale. Si punta a mantenere il popolo cinese a distanza dalle ideologie occidentali per proteggere i suoi valori morali e politici.

MACRO-CENSURA

Il Golden Shield Project lavora a livello di macro-censura, ossia interviene su software e hardware in modo da bloccare l’accesso a numerevoli siti internet considerati pericolosi o indesiderati. Spesso si tratta di testate giornalistiche straniere come il New York Times.

L'accesso a molti dei siti internet occidentali è bloccato in Cina
L’accesso a molti dei siti internet occidentali è bloccato in Cina

Il Great Firewall agisce così bloccando indirizzi IP e VPN, filtri URL e DNS, reindirizzamenti, ispeziona pacchetti e filtra le parole chiave come ad esempio quelle riferite alla strage di Piazza Tian’anmen del 1989 o la manifestazione degli ombrelli di Hong Kong.

MICRO-CENSURA

Tutto ciò che il Golden Shield Project non copre si sottopone alla minuziosa azione capillare di micro-censura digitale operata dagli stessi siti internet cinesi e dalle piattaforme social. Sempre per evitare la circolazione di idee occidentali, la Cina ha sviluppato diverse piattaforme social che sono usate a livello locale. Un esempio è Weibo il social più usato, che si struttura come un misto tra Facebook e Twitter.

Ogni piattaforma digitale deve sottoscrivere il “Public Pledge on Self-Discipline for China’s Internet”. Esso consiste in una serie di normative che obbligano le compagnie a bloccare qualsiasi contenuto che contenga parole chiavi ritenute sensibili o pericolose. Inoltre secondo questo patto bisogna possedere dei team di “moderatori” che filtrino e sorveglino in prima persona i contenuti postati online. Ciò comprende anche le chat private o di gruppo in modo da individuare eventuali metodi di aggiro della censura digitale in Cina.

La micro-censura operata dagli stessi social media è efficace quanto quella operata dal governo stesso, un esempio è il caso della tennista Peng Shuai. L’atleta il 2 Novembre 2021 avrebbe postato su Weibo un’accusa all’ex vice-premier cinese Zhang Gaoli accusandolo di molestia sessuale e solo mezz’ora dopo la piattaforma avrebbe rimosso il post e bloccato il profilo della donna.

L’IMPATTO SOCIALE

Già nel Febbraio 2016 il presidente Xi aveva annunciato la nuova politica digitale del Partito, secondo la quale “Tutto il lavoro dei media del Partito deve riflettere la volontà del Partito e salvaguardare l’autorità del Partito” sottolineando che i media di tutti i tipi devono allinearsi con “il pensiero, la politica e le azioni (del Partito)”.

Da qui la censura digitale e la violazione della privacy che ne consegue si sono fatte sempre più forti e presenti. Tanto che i cinesi stessi hanno imparato a conviverci e a non fare troppe domande che potrebbero essere viste come un atto di sfida politica. Non solo vengono bloccati contenuti e notizie provenienti dall’occidente, ma anche quelle a livello locale come le proteste per l’indipendenza di Taiwan o Tibet. Inoltre la libertà di discutere è limitata e difficilmente si possono avere opinioni divergenti da quella ufficiale sui social. 

censura digitale in Cina?
La libertà di espressione non è garantita ai cittadini cinesi

Sotto l’azione di monitoraggio e censura le conversazioni che prima avvenivano su Weibo sono silenziate una ad una. Tutto passa al vaglio, dai temi sociali come i movimenti femministi e l’accettazione della comunità LGBTQ+ a quelli come la salvaguardia dell’ambiente o agli scambi di opinioni sulle posizioni politiche.

Tutto ciò ha creato un’enorme restrizione della libertà di espressione e pensiero del popolo cinese che non ha modo di informarsi e nemmeno di confrontarsi, tanto che la censura digitale in Cina è stata più volte indirizzata dal Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite che l’ha condannata formalmente. Infatti secondo l’ONU, l’utilizzo delle piattaforme sociali digitali e dei siti internet sono da considerarsi parte integrante della “libertà di espressione individuale”.

FONTI sulla censura digitale in Cina

Data Protection Law, Andrea Schisano, Il controllo dei dati: tra censura e tutela della privacy oltre il Grande Firewall Cinese
Meng Wanzhou libera di Adele Caramori
CNN Buisness, Nectar Gan e Steve George, The Communist Party thinks China’s prolific censors are not censoring enough

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